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    Cosa sono Inflazione, Iperinflazione, Deflazione e Stagflazione?

    Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di inflazione o tasso di inflazione e il termine ha assunto un connotato per lo più polemico, legato indissolubilmente alle lamentele sull’aumento dei prezzi. Tuttavia, questo fenomeno non è altro che un riflesso della nostra economia in continuo cambiamento e forse vi stupirà sapere che non si tratta sempre e solo di un cambiamento negativo.

    Ma di cosa parliamo esattamente quando usiamo il termine “inflazione”?

    Cos’è l’inflazione?

    L’inflazione è, per definizione, l’aumento progressivo del livello generale dei prezzi o anche la perdita del potere di acquisto della moneta.
    In altre parole, l’inflazione si verifica quando, durante un dato periodo, con la stessa quantità di denaro si può acquistare una minore quantità di beni e servizi rispetto ad un periodo precedente.

    Il classico esempio pratico è il semplice acquisto di un pacchetto di caramelle:
    l’anno scorso il pacchetto di caramelle costava 1€, quindi con 2€ potevate acquistarne due pacchetti.
    Nell’arco dell’anno c’è stata un’inflazione del 5%, il che significa che quelle stesse caramelle costano ora 1,05€ e di conseguenza con la vostra moneta da 2€ non potrete più acquistare due pacchetti, ma soltanto uno.
    La vostra moneta è sempre da 2 €uro, il valore vi sembrerà il medesimo, ma siccome i prezzi sono mediamente aumentati, il vostro potere di acquisto si è ridotto.

    Scopriamo ora nel dettaglio cosa causa questa variazione.

    Cause dell’inflazione

    Non c’è una motivazione unica dietro l’oscillazione dei prezzi, né si tratta sempre e solo di una percentuale in aumento.
    Infatti, si possono verificare anche altri tre fenomeni chiamati rispettivamente deflazione, iperinflazione e stagflazione.

    Ma andiamo con ordine.

    L’inflazione può essere causata principalmente da tre variabili:

    • Aumento della domanda: se la domanda per determinati beni o servizi cresce più velocemente dell’offerta, tali beni o servizi subiranno naturalmente un innalzamento di prezzo in proporzione alla domanda. Di solito questo fattore si verifica quando si ha un’economia in crescita.
    • Incremento dei costi di produzione: più è dispendioso produrre un bene o fornire un servizio, tanto più sarà costoso. Se i costi di produzione aumentano, le aziende si vedono costrette ad aumentare il prezzo del prodotto finale in modo da mantenere il loro margine di guadagno.
    • Politica monetaria: anche in questo caso vale la legge della domanda e dell’offerta. Se il prodotto in questione è la moneta stessa, nel momento in cui c’è un eccesso di offerta essa si svaluta, risultando in un aumento del prezzo di beni e servizi.

    Tuttavia, come ho già accennato, la fluttuazione dei prezzi non è sempre e solo al rialzo.
    Quando il livello generale dei prezzi è in calo, si parla infatti di deflazione.

    La deflazione

    La deflazione è un fenomeno piuttosto pericoloso, in quanto si verifica generalmente in periodi di recessione economica e nei casi più gravi può sfociare in una vera e propria depressione.
    Questo accade quando la domanda di beni o servizi è in calo, le persone evitano di spendere e le aziende per mantenere i loro volumi di fatturato sono costrette a delle riduzioni di prezzi per essere più competitive, andando a danneggiare spesso il loro margine.

    Se questo periodo si protrae a lungo le aziende, che già avranno margine ridotto, inizieranno a produrre meno e avranno bisogno di meno personale, il che causerà un aumento della disoccupazione, con un ulteriore riduzione di spesa da parte delle famiglie, che di fatto si impoveriranno.

    L’esempio più recente di deflazione è la Grande Recessione del 2008, una crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti a causa della cosiddetta crisi dei Subprime e del mercato immobiliare, crisi che poi sfociò al fallimento della Lehman Brothers, una delle principali società di servizio finanziario a livello mondiale, che il 15 Settembre 2008 dichiarò l’intenzione al fallimento, con un debito di 768 miliardi di dollari (per capirsi, il PIL 2019 della Svizzera, 11 anni dopo, è 628,5 miliardi di €!) e attività per 639 miliardi.

    Questa crisi si è poi progressivamente estesa a tutto il mondo, colpendo in modo particolare diversi Paesi Europei, tra cui l’Italia.
    Fino ad oggi si parlava della Grande Recessione del 2008 come una delle più pesanti recessioni della storia, seconda forse soltanto alla Grande Depressione del 1929, depressione vera e propria, che portò nel giro di pochi anni ad un crollo sia dei prezzi che delle produzioni del 50% circa.

    Nel grafico sottostante, ad esempio, potete osservare le variazioni di inflazione e PIL nel Regno Unito durante la crisi economica.

    Inflazione e PIL storico del Regno Unito
    Inflazione e PIL storico del Regno Unito
    (fonte: https://www.economicshelp.org/)

    La linea rossa rappresenta il PIL (Prodotto Interno Lordo o, in inglese, GDP, Gross Domestic Product), mentre la linea blu rappresenta l’inflazione.
    Successivamente al picco di inflazione del 5%, durante gli anni bui tra il 2008 e il 2010, l’inflazione è precipitata ben sotto al 2% facilitando inoltre la ripresa.

    L’iperinflazione

    Dal lato opposto dello spettro si trova invece l’iperinflazione, un fenomeno raro, caratterizzato da un aumento esponenziale dell’inflazione in un breve periodo di tempo.
    Il caso più conosciuto è certamente quello a cui andò incontro la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale.

    Iperinflazione di Weimar
    Iperinflazione di Weimar
    (fonte: https://www.memonic.com/)

    La cosiddetta Iperinflazione di Weimar si verificò quando la Germania cominciò a stampare un numero eccessivo di banconote per far fronte ai debiti di guerra.
    Per fare ciò fu abbandonato il Gold Standard, ovvero la convertibilità della cartamoneta in oro, e di conseguenza le banconote perdettero velocemente il loro valore.
    Per capire gli effetti che ciò ebbe sul Paese, basti pensare che all’epoca un chilo di pane arrivò a costare 400 miliardi di marchi (attenzione, erano i Papiermark, moneta precedente rispetto al Marco Tedesco coniato nel 1948, dopo la seconda guerra mondiale).

    Un assaggio, vi mostro 2 foto di cos’è stata l’Iperinflazione di Weimar:

    Donna tedesca usava i soldi per cucinare
    Donna tedesca usava i soldi per cucinare
    Donna tedesca usava i soldi per scaldarsi
    Donna tedesca usava i soldi per scaldarsi

    Non devo aggiungere altro, vero?

    La stagflazione

    La stagflazione è invece un fenomeno piuttosto particolare che si verifica quando l’inflazione è in crescita nonostante l’economia rimanga stagnante.
    Infatti il termine stagflazione è una combinazione di stagnazione e inflazione.

    Stagnazione e inflazione sono semplici da capire, se presi separatamente, mentre se accadono simultaneamente vanno in forte contrasto con le più comuni visioni keynesiane, che vedono disoccupazione e inflazione strettamente correlate.

    Nella visione keynesiana:

    • disoccupazione in calo può voler dire inflazione, ossia aumento di prezzi, dovuto ad un aumento della domanda;
    • mentre la disoccupazione in aumento, che porterà ad una contrazione della domanda, NON è compatibile con un aumento dei prezzi, perché saremo in recessione.

    Nei casi più gravi di stagflazione, l’economia rimane stagnante, con modeste variazioni, in positivo o in negativo, ma insufficienti a far intendere riprese o recessioni (di pari passo l’occupazione), mentre l’inflazione tende ad aumentare, talvolta anche a ritmi sostenuti.

    Stagflazione USA negli anni '70
    Stagflazione USA negli anni ’70

    Ci sono stati diversi casi di stagflazione, sia in Europa, in Italia, ma anche negli USA, tra gli anni ’60 a ’80, casi non previsti, che solo con il senno di poi siamo riusciti ad analizzare trovando le concause scatenanti. Queste sono state principalmente:

    • l’avvenimento dell’automazione industriale, che ha da una parte preservato o migliorato la produttività, aumentando però la disoccupazione
    • la rigidità nei salari, dove ad un aumento inflazionistico non corrisponde un adeguamento salariale, riducendo il potere di acquisto del lavoratore/consumatore
    • le crisi del petrolio, chiamate spesso crisi energetiche, dovute a riduzioni repentine negli approvvigionamenti e ad impennate nei prezzi (qui ci sarebbe da scriverci un libro)
    • la presenza di monopoli e cartelli, soprattutto nelle materie prime.

    Prendete 3 o 4 degli ingredienti sopra citati, infornate e otterrete una splendida stagflazione in grado di mettere in crisi il più capace dei governi (che ossimoro raccapricciante…).

    Calcolo dell’inflazione

    Il dato relativo all’inflazione viene calcolato, normalmente, in percentuale su base mensile o annuale.
    In Italia, esso viene riportato mensilmente dall’ISTAT che lo calcola attraverso il cosiddetto paniere di mercato. Qui si raggruppano tutte le voci relative a beni e servizi che risultano rilevanti per l’economia, ne viene calcolato il costo totale per un dato mese ed ad ogni mese successivo esso viene comparato ai precedenti, al fine di controllarne la percentuale di cambiamento nel tempo.

    Di seguito una panoramica dell’andamento dell’inflazione in Italia, dal 1956 ad oggi.

    Inflazione storica Italia
    Inflazione storica Italia

    Per confronto, vorrei riportarvi anche l’andamento storico dell’inflazione negli Stati Uniti.

    Inflazione storica USA
    Inflazione storica USA

    Solo dai numeri è chiaro vedere correlazione tra le inflazioni che vanno dagli anni 1973 al 1980, nonostante si parli di USA e Italia.

    Oscillazioni eccessive in aumento o in diminuzione sono egualmente pericolose per l’economia.
    C’è infatti bisogno che i prezzi rimangano stabili o che le fluttuazioni tendino ad annullarsi tra di loro, ad esempio se un prezzo di un prodotto aumenta, quello di un altro diminuisce.

    Sia la Federal Reserve che la BCE riportano che un valore d’inflazione stabile (per i Paesi sviluppati) si aggira intorno al 2% annuo, perché garantisce una certa crescita economica senza un’eccessiva svalutazione della moneta.

    Inflazione ed investimenti

    Alla luce di tutto quello che vi ho raccontato, va da sé che tenere i propri risparmi sotto il materasso o fermi sul conto corrente (in un periodo normale, quello che stiamo vivendo  ora è l’apocalisse… avete visto il VIX?) può voler dire svalutare i propri risparmi e, di fatto, perdere soldi.

    Se da una parte la fase di Risparmio è importantissima, è altrettanto importante capire e imparare ad Investire, almeno per difendersi dall’inflazione.

    E’ chiaro adesso che se il vostro conto deposito vi rende lo 0,5% ma l’inflazione è il 2%, state perdendo circa l’1,5% all’anno?
    E’ vero, state perdendo meno di chi non investe, ma se perdete l’1,5% all’anno dopo 20 anni avete perso circa il 26% del vostro potere di acquisto iniziale…

    Con questo chiudo, se trovate delle inesattezze nei miei post, vi prego di scrivermi, ce la metto tutta per cercare di essere preciso e puntuale, ma non vi nego che questi post sono delle piccole tesine… mi danno una soddisfazione immensa, ma qualcosa potrebbe sfuggirmi.

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    Un abbraccio,
    Emanuele

     

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    Chi capisce l’Interesse Composto, lo guadagna; chi non lo capisce, lo paga!

    Il titolo prende spunto da una Urban Legend (mai realmente comprovata) riguardante la famosissima citazione di Albert Einsten, uno dei fisici più famosi al mondo, uno dei miei idoli che tuttora mi fa sognare quando ho voglia di divagare tra relatività e spazio-tempo… ma torniamo a noi!

    La frase viene estrapolata in modi differenti, ma la versione in inglese più utilizzata è:
    “Compound interest is the 8th wonder of the world.
    He who understands it, earns it; he who doesn’t, pays it.”
    Letteralmente:
    “L’interesse composto è l’ottava meraviglia del mondo.
    Chi lo capisce, lo guadagna; chi non lo capisce, lo paga!”

    L'interesse composto di Einstein
    L’interesse composto di Einstein

    Adesso, indipendentemente dal nostro Albert, come si fa a non essere d’accordo?

    Ma facciamo un passo alla volta, sono in tantissimi a riempirsi la bocca con l’Interesse Composto, ma sappiamo veramente tutti che cos’è, che valore ha e come si calcola?
    Più in basso vi spiegherò come calcolarlo in Excel e vi linkerò un Tool che ho creato da scaricare.

    Qualche volta questo viene confuso con l’Interesse Semplice.

    L’Interesse Semplice calcola i rendimenti con un Capitale Iniziale che NON varia nel tempo.
    Se investo 10.000€ al 5% di Interesse (semplice) per 20 anni, il mio rendimento sarà di 500€ tutti gli anni.

    L’Interesse Composto invece considera che il rendimento annuo dell’investimento venga ricapitalizzato e reinvestito, aumentando così di fatto il capitale, anno dopo anno, e conseguentemente la quota degli interessi dell’anno successivo.

    Prendiamo i 10.000€ al 5% di Interesse (composto, reinvestendo) per 20 anni, il mio rendimento sarà di 500€ il primo anno, 525€ il secondo anno, 551,25€ il terzo annoe così via!
    Può sembrare poco, ma la crescita è esponenziale e sul lungo periodo questo FA la differenza.

    Dopo i 20 anni di interesse semplice, avremo 10.000€ di capitale e 10.000€ di interessi, per 20.000€ totali.
    Dopo i 20 anni di interesse composto, avremo sempre 10.000€ di capitale iniziale e 16.533€ di interessi, per 26.533€ totali.
    A conti fatti, ho guadagnato il 65% in più (6.533/10.000 %)!

    Bene, questo concetto è particolarmente utile nei nostri investimenti in P2P Lending, dove molti interessi vengono riconosciuti mensilmente o su base irregolare.
    Questo perché l’Interesse Composto (in inglese Compound Interest, da cui l’effetto Compounding) ha effetto anche durante l’anno, di mese in mese, man mano che ci vengono ripagati interessi e man mano che i nostri Autoinvest li reinvestono.

    Andiamo ora al lato pratico, ossia come si calcola.

    Tralasciamo complicatissime formule matematiche e affidiamoci ad Excel.

    Metodo 1 -> Fatelo voi!

    Se volete calcolarvelo da soli, la cosa più semplice è mettere tutto in tabella:
    Ogni riga una rata (che può essere mensile, annuale, etc.) e su ogni riga andate a riportare capitale e interessi maturati in quella rata.
    Attenzione che l’interesse lo dovete calcolare PER RATA, se avete un interesse del 6% annuo, ma interessi mensili, questi li dovrete calcolare come 0,5% mensile (ossia 6%/12).
    Sulla riga successiva andrete a calcolare gli interessi NON più sul capitale, ma SUL MONTANTE, che sarà la somma tra il capitale e gli interessi maturati fino a quel momento.
    E così via, fino alla fine del periodo che vi interessa.
    Dopodiché vi basterà sommare la colonna degli interessi e andare a vedere il montante dell’ultimo anno.

    Se avete bisogno, scrivetemi, che cerchiamo di farlo assieme.

    Metodo 2 -> la scorciatoia con la funzione VAL.FUT

    Excel è un ottimo strumento (e come Excel anche Calc di Openoffice o i Fogli di Google) e ha una miriade di funzioni utili, che fanno i calcoli al posto vostro.
    Una di queste funzioni è VAL.FUT() (se avete Excel in Inglese, la funzione è FV(), che sta per Future Value) e serve per calcolare in automatico il Valore Futuro di un Investimento ad un tasso di interesse costante.

    La funzione VAL.FUT() si articola così:

    VAL.FUT ( TASSO ; PERIODI ; PAGAMENTO ; VALORE ATTUALE ; TIPO PAGAMENTO )

    Sembra complicato, ma non lo è… in breve:
    TASSO -> è il tasso di interesse per periodo.
    ATTENZIONE, per periodo vuol dire che è il tasso applicato ratealmente, come dicevamo prima, se il tasso è del 6% all’anno, ma vengono pagati interessi mensili, allora bisogna prendere il tasso MENSILE, che è 6%/12 = 0,5%
    PERIODI -> ossia quanti pagamenti sono previsti.
    ATTENZIONE, se sono pagamenti annuali, questo coincide con il numero di anni, se sono pagamenti mensili, bisognerà moltiplicare i mesi per gli anni.
    PAGAMENTO -> questo valore può prevedere un versamento o un prelievo costante per RATA… può essere utile per valutare un PAC, ad esempio (mettere numero negativo)
    VALORE ATTUALE -> è il valore iniziale dell’investimento (mettere numero negativo)
    TIPO PAGAMENTO -> mettere 0 se per pagamenti fatti a fine periodo (che è lo standard), altrimenti mettere 1 per pagamenti a inizio periodo.

    Se volete cimentarvi, provate la funzione su un vostro Excel… se invece siete pigri, potete scaricare questo semplice TOOL che ho creato per voi che vi farà i calcoli e le differenze tra Interessi semplici e composti.

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    La funzione VAL.FUT è estremamente versatile e utile, ma ha un difetto.
    L’unico vincolo è che considera TASSI COSTANTI, per PAGAMENTI con frequenza COSTANTE.

    Nel caso invece del calcolo con la tabella, questi vincoli non li abbiamo e possiamo andare a personalizzare praticamente ogni campo.

    Se avete dubbi, scrivetemi o commentate.
    Sharing is caring.
    Emanuele

  • Blog,  etf,  Investimenti,  Risparmio

    ETF, cosa sono?

    Ma cosa sono gli ETF?

    Gli ETF sono gli Exchange Traded Fund e, in termini semplificati, sono come dei Fondi a Gestione Passiva con un paniere tale da replicare un determinato indice di riferimento (chiamato benchmark).

    Ma perché sono convenienti?

    Essendo a Gestione Passiva questi sono svincolati dalle abilità di gestione e compravendita del gestore, come abbiamo scritto sopra, altro non fanno che replicare un benchmark sul mercato.
    Sono strumenti normalmente molto liquidi e scambiati giornalmente su tutti i principali mercati azionari. Questa grande liquidità in assenza di gestioni costose, con il fine di replicare degli indici in realtà esistenti, fanno degli ETF degli strumenti estremamente validi e considerati sicuri.

    Approfondiamo con degli esempi

    Nel dettaglio, l’ETF offre intrinsecamente un’ottima diversificazione perché, replicando un settore, avrà al suo interno una quota di tutte le componenti di quel settore; se facciamo un esempio concreto, l’ETF relativo al Settore automobilistico Europeo comprende 600 azioni.

    Possiamo comprarne una quota a circa 50€, mentre se dovessi investire per la quota minima in ogni singolo titolo, dovrei spendere migliaia e migliaia di €, oltre alle commissioni per ogni piccola transazione.

    Per darvi dei numeri reali, le commissioni possono arrivare anche allo 0,0x%, il classico S&P500 della Vanguard ha un costo dello 0,07% annuo.

    Se poi ci spostiamo sugli ETF più stravaganti e costosi, si può arrivare fino allo 0,75/0,8%, sempre meno della maggior parte dei Fondi a Gestione Attiva.

    Se paragoniamo i costi tra Gestione Passiva e Gestione Attiva, non sbagliamo se consideriamo un costo medio dello 0,25% annuo per l’ETF (supponiamo una media tra 0,15 e 0,40%), mentre un Fondo a Gestione Attiva, può costare in media un 2% annuo, nel vano tentativo di battere il mercato… e per vostra informazione, statisticamente il 90/95% dei Fondi a Gestione Attiva NON batte il mercato (per lo meno sul lungo termine!).
    A questo punto meglio avere un Pezzetto del Mercato e pagarlo poco!

    Gli ETF vengono negoziati in borsa come le azioni, si comprano e si vendono con un click, al contrario di Fondi a Gestione Attiva che oltre a compilare moduli su moduli di sottoscrizione, spesso includono penali per il disinvestimento.

    Inoltre gli ETF più comprati (ad es. gli ETF sugli indici americani) sono talmente liquidi, da permetterne il trading a breve termine, alla ricerca della miglior plusvalenza.

    Inoltre offrono accessibilità a strumenti una volta riservati e istituzionali.

    Ci sono diversi strumenti che hanno un taglio minimo di investimento non accessibile all’investitore medio. Ad esempio possiamo pensare ad un Bond di uno Stato emergente, che potrebbe chiedere tagli da 100.000€. Un ETF sui Bond dei Paesi Emergenti lo avrà in paniere e potrò investirci quello che voglio, ad esempio 500€.

    Per riepilogare abbiamo creato questa semplice Infografica:

    Cosa sono gli ETF? Infografica
    Cosa sono gli ETF? Infografica

    Per strapparvi un sorriso, vi voglio proporre una lista con gli ETF più stravaganti, che replicano i sottostanti più strani; vi consiglio di dare un’occhiata alle sezioni Ethical Investing e Healtcare:

    51 ETF Bizzarri che non avreste mai pensato potessero esistere (in inglese)

    Per concludere invece vorrei proporvi un libro:

    Il piccolo libro dell'investimento_John Bogle
    Il piccolo libro dell’investimento

    Il piccolo libro dell’investimento. Un modo efficace per garantire il tuo guadagno nel mercato azionario”.

    Lo potete trovare anche nella versione Inglese originale, dal titolo:

    The Little Book of Common Sense Investing: The Only Way to Guarantee Your Fair Share of Stock Market Returns”.

    Il libro è stato scritto nel 2007 (ma è quanto mai attuale!) da John Bogle, un colosso dell’economica americana, fondatore del gruppo Vanguard.

    Bogle è considerato il Democratizzatore della Finanza americana, battendosi da sempre per ridurre le commissioni, inserendo nel mercato strumenti di investimento a basso costo (per l’appunto gli ETF), e rendere accessibili gli investimenti ai risparmiatori medi e piccoli.

    Nella mia libreria, a questo link, trovate un breve riepilogo sull’autore, con il sommario e i principali punti coperti dal libro.

    In fondo trovate i link Amazon alle versioni Italiano, Inglese e Kindle.

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    Risparmio e investimento – Riflessioni

    Ciao a tutti, ho il piacere di ospitare sul blog un amico, un investitore, giovane, ma con una cultura finanziaria enorme.
    Questo è il suo primo post, un’introduzione che ci guiderà nella consapevolezza del risparmio e dell’investimento.
    Ma lascio la parola a lui, benvenuto Riccardo.

    Per investire con successo serve la pratica e non la retorica che usano molti, serve guardare in faccia la realtà e spiegare come fare.
    Quasi nessuno spiega come arrivare ad investire con successo, passo passo.
    E proprio perché non lo spiega nessuno, cercheremo di arrivarci qui.

    In questo articolo partiremo dalle basi, soffermandoci in particolar modo sul Risparmio.

    La tipica frase della retorica commerciale è la seguente:

    “Guadagna, Risparmia e Investi”

    Facile no? Un po’ come dire trova l’idea del secolo, apri l’azienda e fai subito i soldi.

    Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare… facciamo un passo per volta.
    Andiamo ad analizzare quali sono i punti fondamentali per passare dal risparmio all’investimento.

    Passo 1: guadagnare, avere un reddito

    Questo è il requisito base che può essere sintetizzato facilmente in una parola: lavorare.

    Passo 2: risparmiare

    Sembra semplice, ma solo a parole.

    Non spendere ma risparmia

    A noi piace la matematica, vediamo un esempio pratico con qualche numero.

    Entrate
    Stipendio mensile da 1.500 €

    Spese
    -900 € per spese fisse, beni di prima necessità: pensiamo all’affitto o al mutuo, bollette varie, gas, Enel, internet, cellulare, spese alimentari, …
    -450 € per cose extra, pensate a quello che comprate su Amazon, vestiti o scarpe, cene, aperitivi, sigarette, uscite con gli amici, palestra, …

    Se ci va bene, avanziamo 150 euro, che in realtà finiranno prima o poi in altre spese, cellulare o computer nuovo, rata di qualcosa, vacanze, regali, …

    Facciamo il bilancio -> risparmio = 0€

    E non è neanche facile iniziare a togliere o limare le spese, perché la sensazione è quella di privarci di qualcosa, che non possiamo più nemmeno goderci la vita e i nostri risparmi… basti pensare che oramai per una cena ci vogliono 30€ a persona, sigarette 5€ al giorno, giornale 2€ al giorno, caffè almeno 1 o 2€ a giorno… si fa presto.

    Ma cosa possiamo fare?

    L’analisi delle entrate e delle uscite

    La cosa migliore che posso suggerirvi e augurarvi è quella di monitorare tutte le entrate e le uscite.

    All’inizio potrà sembrare noioso, ma vi assicuro che può diventare appassionante e ci aiuterà tantissimo nella gestione e a tagliare il superfluo. Inoltre esistono al giorno d’oggi una serie di strumenti in grado di aiutarci nel lavoro.

    I più nerd (come Emanuele) potranno gestirsi manualmente un lunghissimo ed elaborato file Excel, altrimenti potremo scaricare delle APP per iniziare a catalogare le entrate e le uscite.

    Ma facciamo degli esempi pratici per capire dove e come risparmiare.

    Bevo 3 o 4 caffè al giorno… Se riesco a toglierne 1 sopravvivo lo stesso e risparmio 30 € al mese.
    Ho l’abitudine di comprare tutti i giorni “Il sole 24 ore”, costo 2 euro al giorno. Se mi abituo ad acquistarlo online scopro che spendo circa la metà.
    L’abbonamento del telefono, magari ho un contratto che spendo 20/25/30€ al mese. Oramai ci sono diverse compagnie che forniscono dei piani completi con meno di 10€ al mese.
    Vado a mangiare la pizza tutte le settimane, basterebbe mangiarla qualche volta da asporto.

    Questi sono solo alcuni degli esempi più banali, ma vi assicuro che si può fare molto di più.
    Ma senza l’analisi delle spese difficilmente ci accorgeremo se stiamo buttando i soldi e dove potrò tagliare senza rinunciare troppo.

    Il piano di spesa e i budget

    Dunque, una volta individuate le spese meno utili inizio ad eliminarle, nel tentativo di risparmiare quello che posso.
    Negli esempi sopra, potrei aver risparmiato 150€, magari limando le spese potrei averne risparmiati altri 50 o 100€.
    Ottimo, passiamo al prossimo punto:

    Conto di risparmio gratuito

    Siccome a livello psicologico siamo deboli, appena ricevo lo stipendio dovrei disincentivarmi a spendere i soldi che penso di poter risparmiare (pensiamo ai 150/200€ sopra), per cui la cosa migliore è farli sparire, ad esempio mandandoli in un conto deposito gratuito o in qualche piano di accumulo (possibilmente a costo zero!).
    Ricordatevi che i soldi non spesi sono i primi ad essere guadagnati e ormai strumenti gratuiti o a basso costo ce ne sono una marea.

    Una delle più preziose citazioni di Warren Buffet (da incorniciare) è:

    “Do not save what is left after spending; instead spend what is left after saving.”

    Da questa citazione abbiamo solo che da imparare! La traduzione letterale è:

    “Non risparmiare quello che rimane dopo le spese, invece spendi quelli che rimane dopo aver risparmiato.”

    Non comprare in €uro, compra sempre in Ore Lavorative

    Se guadagni ad esempio 1.500€ al mese, vuol dire che il tuo tempo vale circa 9,40€ netti all’ora (se consideriamo 160 ore al mese, pari a 40 ore a settimana).

    Una birra al bar da 4,5€ -> mezzora di lavoro
    Una cena da 28 € -> 3 ore di lavoro
    Quei pantaloni che ti piacciono tanto da 120€ -> quasi 13 ore di lavoro
    Le scarpe da 200€ -> oltre 21 ore di lavoro
    Il nuovo iPhone da 900€ -> circa 96 ore di lavoro (praticamente 2 settimane e mezza)

    Questo dovrebbe aiutarci a diventare più consapevoli sulle nostre spese e sull’impatto che queste hanno sui nostri risparmi.
    Questo concetto molto utile è allo stesso tempo semplice e complesso, all’interno c’è della matematica finanziaria e della psicologia.

    Facciamo un parallelo partendo dal concetto di Drawdown (una misura della discesa di un determinato titolo, dopo aver raggiunto un picco massimo).

    • In quanto tempo recupererò la perdita?
    • E’ questo tempo accettabile?
    • Quale perdita posso accettare?

    Tutto questo è il razionale, che si contrapporrà all’istinto dell’investitore medio che probabilmente, preso dal panico, venderà nel momento meno favorevole.

    E noi dovremo trattare le nostre spese allo stesso modo: 900€ di iPhone…

    • In quanto tempo recupererò la perdita? In 96 ore di lavoro.
    • E’ un tempo accettabile?
    • La perdita stessa dei 900€ è accettabile?

    Ma proseguiamo: ogni piccolo risparmio che siamo riusciti ad investire nel tempo (e magari con costanza), ci permetterà di raggiungere un’indipendenza finanziaria e, se lo riteniamo, di smettere di lavorare prima.

    Passo 3: dare un obiettivo al risparmio

    Il risparmio se semplicemente accantonato, ha un’utilità limitata.

    Obiettivi di risparmio

    Inoltre il risparmio, lasciato accantonato senza essere investito, perde continuamente di valore, a causa dell’inflazione.
    Bisogna porsi degli obiettivi sui propri risparmi, il più semplice potrebbe essere difendersi dall’inflazione, per evitare che 10.000€ oggi non abbiano il potere di acquisto di 8.000€ fra qualche anno.
    Oppure arrivare a crearsi una piccola rendita, al netto dell’inflazione, magari nel medio/lungo periodo.

    Facciamo un ultimo esempio.

    Sapete quanti soldi avrete messo via fra 20 anni, risparmiando 200€ al mese? Semplice, direte voi, 48.000€.
    Bene, se considerassimo di spendere 1.000€ al mese senza lavorare, questi 48.000€ sarebbero sufficienti a farmi vivere di rendita 4 anni.

    Ma se riuscissi a mettere via 200€ al mese e ad ottenere ogni anno un 5% netto dai miei risparmi (consideriamo 0,42% mensile pari a 5%/12) sfruttando l’interesse composto?

    Non avrò più 48.000, bensì 82.750€.
    Questi soldi oramai saranno in grado di rendermi quasi 350€ netti al mese, più dei 200€ che mettevo via. E questi soldi potranno continuare ad essere accumulati, a fronte di una rendita sempre maggiore, oppure potranno aiutarmi nelle spese, darmi un’integrazione al reddito… oppure se e quando saranno sufficienti, anche fornirmi una pensione anticipata.

    Se rifacciamo il conto di prelevare 1.000€ al mese (e quindi smettere di risparmiare i 200€) dai miei 82.750€  che intanto continueranno a rendermi il 5%, questi mi daranno da vivere per 8 anni e mezzo, oltre il doppio rispetto ai 4 anni visti sopra.

    Per concludere, una volta ottenuto un reddito, il mio suggerimento è quello di darvi un primo obiettivo di risparmio… potete iniziare con il 10% del vostro reddito, in molti dicono di puntare al 30% e poi ci sono i devoti al FIRE che lo spingono anche sopra, tra il 50 e il 70%. Fate un primo passo e iniziate ad accantonare con costanza.

    Nel prossimo articolo parleremo di ETF.

    Ciao,
    Riccardo

  • Blog,  FIRE,  Risparmio

    In pensione a 40 anni – FIRE, Financial Independence, Retire Early

    Ciao amici,

    oggi vi voglio proporre un concetto bellissimo che sto abbracciando da qualche tempo.
    Oggi parliamo di FI e di RE, 2 concetti distinti che spesso vanno a braccetto.

    Ma per cosa stanno queste sigle?

    FI sta per Financial Independence, mentre
    RE sta per Retire Early.

    Fire financial independence retire early
    Raggiungi l’indipendenza finanziaria e smetti di lavorare per vivere.

    Insieme fanno FIRE, uno stile di vita, un movimento, che sta crescendo anno dopo anno in tutto il mondo.
    FIRE, Financial Independence, Retire Early, vuol dire in pratica diventare Finanziariamente Indipendenti per ritirarsi (ossia mettersi letteralmente in pensione!) presto.

    Ma presto quanto? (più in basso puoi scaricare un Excel gratuito per simulare fra quanti anni raggiungerai la tua indipendenza finanziaria!)

    Presto, anzi PRESTISSIMO!
    I più bravi e fortunati sono riusciti nell’impresa già a 35 anni, chi addirittura prima, altri ci andranno magari a 50… ma l’importante è arrivarci prima dei 70/75 che ci chiede la Società moderna.

    Sembra fantascienza, ma in realtà è semplice matematica, unita ad una visione.
    Ma facciamo un passetto alla volta, prima un po’ di storia.

    I concetti di base del FIRE Movement nascono nel 1992 dal libro che è considerato un MUST del FI (Financial Independence), che è “Your Money or Your Life”  scritto da Vicki Robin e Joe Dominguez.
    Il libro naturalmente esiste anche in Italiano con il titolo “O la borsa o la vita” e la lettura è caldamente consigliata (se siete interessati i link vi indirizzano alla pagina relativa del libro, dove trovate i vari link per acquistarlo in Italiano e Inglese).
    Passando ad un secondo libro, padre del movimento RE, ossia Retire Early, nel 2010 esce un secondo MUST che è il libro “Early Retirement Extreme” di Jacob Lund Fisker (non c’è in italiano, ma vi linko l’inglese), l’ennesimo Danese illuminato (tra l’altro un fisico teorico, con mia grande stima) che si considera Finanziariamente Indipendente dall’età di 33 anni, dopo 5 anni di risparmi e con uno stile di vita estremamente sobrio e economico.

    Da questi personaggi, autori e libri poi sono nati tonnellate di siti, blog, altri libri… su internet il blog sicuramente più famoso è quello di Mr. Money Mustache, il blogger canadese Peter Adeney, un fu Software Engineer ritiratosi all’età di 30 anni, dopo aver accumulato 25 volte le sue spese annuali, in linea con la regola del 4% che vedremo tra poco. Ritiratosi nel 2005 ha lanciato il blog nel 2011 cavalcando il successo del libro “Early Retirement Extreme” uscito l’anno prima.

    Ma torniamo al metodo pratico. Come si fa?

    Le regole per raggiungere l’Indipendenza Finanziaria sono molto semplici, quasi banali, se vogliamo.

    1. Risparmiare
    2. Investire i risparmi
    3. Ottenere “passive income” crescenti, fino a quando questi non siano sufficienti a coprire le spese

    Naturalmente non è così semplice… risparmiare in una società che ci spinge a comprare sempre di più, a spendere e spandere, per finte necessità, per inadeguatezza o conformismo, è sempre più difficile e prevede una forza di volontà impressionante, soprattutto all’inizio.
    E qui sta il primo punto, alla base del risparmio c’è tagliare tutto il superfluo e iniziare a vivere (di nuovo!) una vita semplice, a basso costo, gratis.
    Non dobbiamo necessariamente vivere una vita di stenti e sacrifici, ma trovare un nuovo stile di vita, dove è possibile vivere con poco ed essere comunque soddisfatti.

    Retirement Plan

    Passando al lato pratico, uno dei parametri che il FIRE propone di monitorare è il “Saving Rate”, che è il valore percentuale di quello che riusciamo a mettere via mensilmente (o annualmente) rispetto al nostro “NET Income“, o stipendio netto.
    La maggior parte dei promotori finanziari suggerisce di risparmiare (e poi investire) almeno il 10/15% ogni mese. Alcuni consulenti finanziari (per me più furbi) suggeriscono di risparmiare almeno il 30%.
    Il FIRE suggerisce di puntare a risparmiare anche il 50% o oltre, se si riesce (qualcuno arriva anche al 70/80%!).
    Questo perché possiamo vedere i nostri risparmi come ANNI che possiamo vivere senza lavorare.

    Facile no? Se io ho messo da parte 50.000€ e ogni anno spendo mediamente 10.000€ io ho in banca 5 anni di vita senza lavoro.
    Oppure possiamo vedere il Saving Rate come anni di lavoro che mi servono per stare un anno senza lavoro.
    In parole povere, se il mio Saving Rate è 50% (50% l’ho “dovuto” spendere per sostenermi e 50% l’ho risparmiato) vuol dire che ogni anno di lavoro mi permette un anno senza lavoro.

    Per riprendere il concetto sviscerato bene da Jacob Lund Fisker nel suo “Early Retirement Extreme“:

    • quando un consulente “tradizionale” ti consiglia di risparmiare il 10%, vuol dire che devi lavorare 9 anni per poterti permettere 1 anno del tuo stile di vita (delle tue spese) senza lavorare
      • Pensa di guadagnare 30.000€ netti all’anno, 27.000€ li spendi tutti gli anni (il 90%)  e 3.000€ invece li risparmi (il 10% di Saving Rate)
      • Risparmiando 3.000€ all’anno ci vogliono 9 anni per accumulare abbastanza per vivere 1 anno senza lavoro, ossia i 27.000€
    • ma se invece risparmi il 75% vuol dire che OGNI ANNO di lavoro ti permette di risparmiare per altri 3 anni senza lavorare
      • Se guadagni 30.000€ netti all’anno e ti bastano 7.500€ all’anno per  vivere (il 25%) risparmi ogni anno 22.500€ (il 75% di Saving Rate)
      • Risparmiando 22.500€ ogni anno, vuol dire che OGNI ANNO hai guadagnato per ALTRI 3 anni senza lavorare (22.500 / 7.500 = 3)

    Questa proporzione è valida con qualunque reddito tu abbia, perché il Saving Rate è percentuale.

    Questi sono i primi concetti base che ci permettono di pianificare già adesso (in modo sicuramente approssimato, ma via via più preciso nel tempo) quando potremo teoricamente metterci in pensione e vivere di rendita.

    Partendo da questo ci sono diverse scuole di pensiero, ma la teoria più classica e accreditata è quella del 4% Safe Withdrawal, che poi va a braccetto con quella dell’accumulare il 25 volte le proprie spese annuali.

    Per capirsi, se il tuo stile di vita prevede una spesa annua di 10.000€, tu potresti essere più o meno al sicuro con un patrimonio di 250.000€, ossia 25 volte il valore.
    Naturalmente questo patrimonio se non investito non durerà tutto il tempo necessario, il patrimonio si svaluterà per l’inflazione perché le tue spese di fatto aumenteranno. Ma se già fosse protetto dall’inflazione (un qualche titolo di stato, conto deposito…) già potrebbe durarti 25 anni.
    Se poi questo fosse investito, se riuscisse a darti un 4% pulito e al netto dell’inflazione, possiamo vedere subito che il 4% di 250.000 equivale a 10.000€, che (rullo di tamburi) equivale alla tua spesa annua… così potresti vivere senza nemmeno toccare il tuo patrimonio.

    Facciamo ora un passo indietro e cerchiamo di capire il funzionamento degli interessi.
    Sono sicuro che tutti voi sappiate bene come funziona l’interesse composto, ma il mio cuore matematico mi impone di mostrarvi un esempio.

    Tieni duro, fra poco potrai scaricare l’excel gratuito che ho utilizzato per fare questi conti e fare la tua simulazione.

    Partiamo da qualche presupposto semplificato (e ipotizzato).

    • Supponiamo di non avere inflazione (oppure che sia stipendio che rendimenti siano al netto dell’inflazione)
    • Hai 30 anni e nel tuo conto corrente hai 10.000€
    • Guadagni mediamente 30.000€ NETTI all’anno (incluso tutto, buoni pasto, tredicesima, quattordicesima, etc.)
    • Ne usi 12.000€ all’anno per vivere (supponiamo 1.000€ al mese, per far conto tondo, un ottimo Saving Rate del 60%!)
    • Riesci ad ottenere un buon 5% NETTO dagli investimenti dei tuoi risparmi

    Fra quanti anni sarai Finanziariamente Indipendente? A quanti anni potrai decidere se lavorare ancora, per passione oppure dedicarti ad altro?

    Ebbene:

    Quando vado in pensione
    Quando vado in pensione

    Fra 10 anni sarai Finanziariamente Indipendente. Avrai accumulato 190.000€, che sono la somma di 10.000 iniziali più 18.000€ all’anno per 10 anni.
    Ma l’interesse composto ti ha portato ad avere un patrimonio di 242.691€ e se riuscirai ad ottenere il 5% netto dai tuoi investimenti, questi interessi saranno 12.134€, ossia superiori ai 12.000€ che ti servono per vivere.
    In 10 anni (se parti da 30 sei arrivato a 40 anni) hai raggiunto l’Indipendenza Finanziaria e i tuoi FU Money (concetto splendido!) necessari a poter decidere cosa fare della tua vita indipendentemente dai soldi.
    Puoi fare il falegname part time, volontariato, andare a pesca, coltivare l’orto, dedicarti ai figli, massacrarti di serie TV su Netflix o diventare il mago più cazzuto di League of Legends. Insomma puoi riappropriarti della cosa più importante che hai, il tuo tempo.

    Scarica gratuitamente questo semplice Simulatore FIRE per calcolare quando potrai diventare Finanziariamente Indipendente

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    Ma torniamo ai FU Money, cosa sono?

    Questo è un concetto di liberazione assoluto, un mantra!
    Quando hai raggiunto l’Indipendenza Finanziaria, il tuo patrimonio viene anche chiamato amichevolmente FU Money.
    Non hai più bisogno di lavorare per pagare le spese, puoi decidere cosa fare.

    • Il tuo capo ti tratta come uno zerbino: FU capo…
      Il tuo cliente continua a fare pretese insulse: FU cliente…

    L’avrete oramai capito, FU è un acronimo inglese… alla F mancano 3 lettere, vocale, consonante, consonante… la U sta per You…
    La risposta perfetta ad ogni schiavitù economica… puoi decidere cosa fare, non sei più costretto a chinare il capo al tuo capo solo perché devi lavorare per pagare le bollette… non devi più compiacere il cliente rompiballe perché devi finire di pagare il finanziamento della macchina… non ne hai più bisogno e puoi fare quello che vuoi!

    Se hai scaricato anche tu il Simulatore FIRE, fammi sapere in quanti anni potresti ritirarti.
    E diffondi il verbo, la vita è breve e meriterebbe di essere vissuta inseguendo le nostre passioni.

    Ciao,
    Emanuele

  • Blog,  Conti correnti,  Conti deposito,  Risparmio,  Tasse

    Il bollo sul conto deposito e come non pagarlo

    Bollo Conto Deposito

    Eccoci alla seconda puntata sui bolli dei conti.

    Partiamo dalla domanda:

    ma i Conti Deposito hanno ancora senso?

    Se dovessimo guardare solamente gli interessi, allora la risposta è molto probabilmente NO!

    Ma io ne faccio ancora utilizzo, per un’altra funzione: gestire la liquidità che NON voglio investire, il mio paracadute, la liquidità che voglio sempre disponibile.

    I Conti Deposito sono nati oltre 20 anni fa e i rendimenti allora non erano miseri come adesso; sempre al di sotto dei potenziali rendimenti da altre tipologie di investimento, ma potevano essere dei conti rifugio per proteggersi almeno dall’inflazione.
    E fino a qualche anno fa non si dovevano pagare nemmeno bolli, perché i costi erano talmente esigui che le banche se ne facevano carico al posto dei clienti.

    Dall’anno 2012 invece le cose sono cambiate, rendendo il bollo proporzionale al valore del Conto.
    E da quando il bollo è proporzionale, le banche hanno iniziato a non farsene più carico, addebitandolo al cliente e distruggendo un po’ alla volta quello che era un buon strumento.

    Dal 2012 ad oggi le cose sono cambiate più volte e attualmente funziona così:
    su tutti i Conti Deposito bisogna pagare un bollo pari allo 0,2% annuo sulle giacenze all’ultimo giorno di rendicontazione, con un minimo di 1€, se il conto è stato utilizzato almeno 1 volta nell’anno.

    Ma cosa vuol dire?

    Esempio pratico: nel caso di Conto Deposito con rendicontazione annua, se al 31/12 ci saranno sul conto 10.000€ si dovranno pagare 20€ di bollo (lo 0,2% per l’appunto).

    La prima cosa che si nota, rispetto ai bolli sui Conti Correnti è che si guarda il valore del conto in un determinato e preciso momento, mentre per il Conto Corrente si guarda la giacenza MEDIA.

    La cosa si complica un pochino con rendicontazione differente, che normalmente può essere semestrale o trimestrale (non conosco rendicontazioni mensili sui conti deposito).

    Nel caso ad esempio di rendicontazione trimestrale (la più comune), il bollo viene calcolato in base alle giacenze dell’ultimo giorno del trimestre:
    ad esempio, se il 31 Marzo (ultimo giorno del primo trimestre) abbiamo 10.000€ sul Conto Deposito, ci verrà addebitata la quota parte di bollo relativa al trimestre, calcolata come lo 0,2% annuo, ma diviso per il periodo effettivo. Per non fare i farmacisti, possiamo ipotizzare 5€, ossia i 20€ di bollo annuale, diviso i 4 trimestri dell’anno.
    E questo calcolo verrà fatto ogni ultimo giorno di ogni trimestre, per 5€ di bollo a trimestre (su 10.000€ di giacenza).

    Questo ci porta ad una riflessione: se sul Conto Corrente ci conviene avere una rendicontazione mensile (il bollo è fisso a 34,20€ e mensilmente sarà circa 2,85€), sul Conto Deposito conviene invece avere una rendicontazione annuale (c’è un solo controllo a fine anno con bollo percentuale).

    Io ho l’insana abitudine di avere notifiche per ogni cosa, incluso un promemoria la settimana prima di Natale, che mi ricorda di svuotare il Conto Deposito (almeno le somme svincolate).
    In questo caso, quando al 31/12 si calcolerà il bollo come 0,2% del valore del Conto Deposito, ci ritroveremo a pagare solo 1€,che è il minimo per l’utilizzo.
    Con Conto Deposito a rendicontazione annuale, questo giochetto è semplice e conveniente, prima del 31/12 svuoto e dopo il 01/01 eventualmente rimpinguo.
    Con rendicontazione più frequente, questo gioco NON vale la candela.

    Ma non preoccupatevi, perché molti istituti sembrano essere disponibili a cambiare la rendicontazione del Conto Deposito (ma non lo sono sul Conto Corrente).
    Io stesso ho chiesto la modifica di rendicontazione da trimestrale a annuale a Santander e Rendimax, mentre IWPower e Conto Arancio già erano annuali.

    Attenzione però ai rendimenti e a non dimenticarvi. Molti Conti Deposito “liberi” offrono rendimenti bassissimi, talvolta inferiori al valore del bollo.
    Ad esempio IWPower e Conto Arancio offrono un ottimo 0,05% lordo sulle somme libere… che senso ha “guadagnare” lo 0,05% lordo, per poi pagarne lo 0,2% netto di bollo?
    Stiamo perdendo soldi.

    Il miglior Conto Deposito Libero che ho trovato è Santander IoPosso, che offre ancora lo 0,75% lordo. Sui vari vincoli si trova di meglio in giro, sfiorando anche il 3% su somme vincolate a 3/5 anni… ma ripeto che secondo me tutto questo NON ha senso, per me è solo uno strumento per parcheggiare un po’ di liquidità.

    Facciamo alcuni esempi pratici, includendo il bollo del Conto Corrente:

    IPOTESI 1 -> -34,20€

    Ho 10.000€ sul Conto Corrente.
    Se non faccio niente, a fine anno dovrò pagare 34,20€ di bollo, perché la giacenza media è superiore a 5.000€.
    Rileggi l’articolo precedente sul Bollo del Conto Corrente e come non pagarlo.

    IPOTESI 2 -> +28,4€

    Per non pagarli sposto la maggior parte dei soldi sul Conto Deposito. Supponiamo il Conto Deposito Santander IoPosso Libero allo 0,75% lordo.
    Supponiamo di avere 2.000€ sul Conto Corrente e 8.000€ sul Conto Deposito IoPosso.

    1. Non pagherò i 34,20€ del Conto Corrente (giacenza MEDIA inferiore ai 5.000€)
    2. Guadagnerò” ben 60€ lordi (lo 0,75% lordo di 8.000€), pari a 44,4€ netti (tassazione al 26%, fa tutto il Conto Deposito)
    3. Pagherò il bollo sul Conto Deposito pari a 16€ (lo 0,2% sugli 8.000)

    Morale della favola, il bilancio è 44,4-16 = +28,4€.
    A casa mia si dice “Mejo un carton de ovi, che un carton nei ovi” (passatemi il francesismo e fatemi un sorriso, che non costa niente!)

    IPOTESI 3 -> +40,55€

    Supponiamo di tenere 2.000€ sul conto corrente e 8.000 sul conto deposito, come sopra.
    Ma prima del 31/12 risposto gli 8.000€ del deposito sul conto corrente.

    1. Forse dovrò pagare il bollo del Conto Corrente (può darsi che rimettendo gli 8.000€ per qualche giorno sul Conto Corrente, vada a superare i 5.000€ di giacenza MEDIA), supponiamo di avere rendicontazione MENSILE, quindi pagherò 2,85€ (34,20/12)
    2. Il Conto Deposito mi avrà reso sempre i 60€ lordi (può darsi 58 o 59, avendo qualche giorno in meno) pari ai 44,4€ netti
    3. Dovrò pagare un bollo sul Conto Deposito di solo 1€, che è il minimo perché l’ho utilizzato

    Riepilogando, il bilancio sarà 44,4-2,85-1 = +40,55€

    CONCLUSIONI

    Naturalmente mi fa sorridere di scrivere come risparmiare 30€ di bollo, quando parliamo di costruirci delle vere e proprie rendite.

    Ma lo ritengo comunque interessante e didattico, penso che faccia bene a tutti interessarsi e diventare più consapevoli delle spese “nascoste”, che solitamente nessuno nota o non da peso, sulle gestioni, sulle commissioni, sui bolli, etc. Sono spesso date per scontato, come obbligatorie.
    Alla fine, con un paio di giroconti gratuiti siamo passati da spendere 35€ a guadagnarne 40€. E quante volte apriamo l’HomeBanking, anche per niente? Ci sarebbe costato tanto?
    Magari qualcuno di voi ha scoperto come guadagnare 75€ dal nulla…

    Se ho dimenticato qualcosa, se avete domande o correzioni, scrivetemi nei commenti o sui Social.
    E se conoscete altre persone a cui potrebbe interessare, aiutatemi e condividete.

    A presto,
    Emanuele