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    Cosa sono Inflazione, Iperinflazione, Deflazione e Stagflazione?

    Negli ultimi anni si è sentito spesso parlare di inflazione o tasso di inflazione e il termine ha assunto un connotato per lo più polemico, legato indissolubilmente alle lamentele sull’aumento dei prezzi. Tuttavia, questo fenomeno non è altro che un riflesso della nostra economia in continuo cambiamento e forse vi stupirà sapere che non si tratta sempre e solo di un cambiamento negativo.

    Ma di cosa parliamo esattamente quando usiamo il termine “inflazione”?

    Cos’è l’inflazione?

    L’inflazione è, per definizione, l’aumento progressivo del livello generale dei prezzi o anche la perdita del potere di acquisto della moneta.
    In altre parole, l’inflazione si verifica quando, durante un dato periodo, con la stessa quantità di denaro si può acquistare una minore quantità di beni e servizi rispetto ad un periodo precedente.

    Il classico esempio pratico è il semplice acquisto di un pacchetto di caramelle:
    l’anno scorso il pacchetto di caramelle costava 1€, quindi con 2€ potevate acquistarne due pacchetti.
    Nell’arco dell’anno c’è stata un’inflazione del 5%, il che significa che quelle stesse caramelle costano ora 1,05€ e di conseguenza con la vostra moneta da 2€ non potrete più acquistare due pacchetti, ma soltanto uno.
    La vostra moneta è sempre da 2 €uro, il valore vi sembrerà il medesimo, ma siccome i prezzi sono mediamente aumentati, il vostro potere di acquisto si è ridotto.

    Scopriamo ora nel dettaglio cosa causa questa variazione.

    Cause dell’inflazione

    Non c’è una motivazione unica dietro l’oscillazione dei prezzi, né si tratta sempre e solo di una percentuale in aumento.
    Infatti, si possono verificare anche altri tre fenomeni chiamati rispettivamente deflazione, iperinflazione e stagflazione.

    Ma andiamo con ordine.

    L’inflazione può essere causata principalmente da tre variabili:

    • Aumento della domanda: se la domanda per determinati beni o servizi cresce più velocemente dell’offerta, tali beni o servizi subiranno naturalmente un innalzamento di prezzo in proporzione alla domanda. Di solito questo fattore si verifica quando si ha un’economia in crescita.
    • Incremento dei costi di produzione: più è dispendioso produrre un bene o fornire un servizio, tanto più sarà costoso. Se i costi di produzione aumentano, le aziende si vedono costrette ad aumentare il prezzo del prodotto finale in modo da mantenere il loro margine di guadagno.
    • Politica monetaria: anche in questo caso vale la legge della domanda e dell’offerta. Se il prodotto in questione è la moneta stessa, nel momento in cui c’è un eccesso di offerta essa si svaluta, risultando in un aumento del prezzo di beni e servizi.

    Tuttavia, come ho già accennato, la fluttuazione dei prezzi non è sempre e solo al rialzo.
    Quando il livello generale dei prezzi è in calo, si parla infatti di deflazione.

    La deflazione

    La deflazione è un fenomeno piuttosto pericoloso, in quanto si verifica generalmente in periodi di recessione economica e nei casi più gravi può sfociare in una vera e propria depressione.
    Questo accade quando la domanda di beni o servizi è in calo, le persone evitano di spendere e le aziende per mantenere i loro volumi di fatturato sono costrette a delle riduzioni di prezzi per essere più competitive, andando a danneggiare spesso il loro margine.

    Se questo periodo si protrae a lungo le aziende, che già avranno margine ridotto, inizieranno a produrre meno e avranno bisogno di meno personale, il che causerà un aumento della disoccupazione, con un ulteriore riduzione di spesa da parte delle famiglie, che di fatto si impoveriranno.

    L’esempio più recente di deflazione è la Grande Recessione del 2008, una crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti a causa della cosiddetta crisi dei Subprime e del mercato immobiliare, crisi che poi sfociò al fallimento della Lehman Brothers, una delle principali società di servizio finanziario a livello mondiale, che il 15 Settembre 2008 dichiarò l’intenzione al fallimento, con un debito di 768 miliardi di dollari (per capirsi, il PIL 2019 della Svizzera, 11 anni dopo, è 628,5 miliardi di €!) e attività per 639 miliardi.

    Questa crisi si è poi progressivamente estesa a tutto il mondo, colpendo in modo particolare diversi Paesi Europei, tra cui l’Italia.
    Fino ad oggi si parlava della Grande Recessione del 2008 come una delle più pesanti recessioni della storia, seconda forse soltanto alla Grande Depressione del 1929, depressione vera e propria, che portò nel giro di pochi anni ad un crollo sia dei prezzi che delle produzioni del 50% circa.

    Nel grafico sottostante, ad esempio, potete osservare le variazioni di inflazione e PIL nel Regno Unito durante la crisi economica.

    Inflazione e PIL storico del Regno Unito
    Inflazione e PIL storico del Regno Unito
    (fonte: https://www.economicshelp.org/)

    La linea rossa rappresenta il PIL (Prodotto Interno Lordo o, in inglese, GDP, Gross Domestic Product), mentre la linea blu rappresenta l’inflazione.
    Successivamente al picco di inflazione del 5%, durante gli anni bui tra il 2008 e il 2010, l’inflazione è precipitata ben sotto al 2% facilitando inoltre la ripresa.

    L’iperinflazione

    Dal lato opposto dello spettro si trova invece l’iperinflazione, un fenomeno raro, caratterizzato da un aumento esponenziale dell’inflazione in un breve periodo di tempo.
    Il caso più conosciuto è certamente quello a cui andò incontro la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale.

    Iperinflazione di Weimar
    Iperinflazione di Weimar
    (fonte: https://www.memonic.com/)

    La cosiddetta Iperinflazione di Weimar si verificò quando la Germania cominciò a stampare un numero eccessivo di banconote per far fronte ai debiti di guerra.
    Per fare ciò fu abbandonato il Gold Standard, ovvero la convertibilità della cartamoneta in oro, e di conseguenza le banconote perdettero velocemente il loro valore.
    Per capire gli effetti che ciò ebbe sul Paese, basti pensare che all’epoca un chilo di pane arrivò a costare 400 miliardi di marchi (attenzione, erano i Papiermark, moneta precedente rispetto al Marco Tedesco coniato nel 1948, dopo la seconda guerra mondiale).

    Un assaggio, vi mostro 2 foto di cos’è stata l’Iperinflazione di Weimar:

    Donna tedesca usava i soldi per cucinare
    Donna tedesca usava i soldi per cucinare
    Donna tedesca usava i soldi per scaldarsi
    Donna tedesca usava i soldi per scaldarsi

    Non devo aggiungere altro, vero?

    La stagflazione

    La stagflazione è invece un fenomeno piuttosto particolare che si verifica quando l’inflazione è in crescita nonostante l’economia rimanga stagnante.
    Infatti il termine stagflazione è una combinazione di stagnazione e inflazione.

    Stagnazione e inflazione sono semplici da capire, se presi separatamente, mentre se accadono simultaneamente vanno in forte contrasto con le più comuni visioni keynesiane, che vedono disoccupazione e inflazione strettamente correlate.

    Nella visione keynesiana:

    • disoccupazione in calo può voler dire inflazione, ossia aumento di prezzi, dovuto ad un aumento della domanda;
    • mentre la disoccupazione in aumento, che porterà ad una contrazione della domanda, NON è compatibile con un aumento dei prezzi, perché saremo in recessione.

    Nei casi più gravi di stagflazione, l’economia rimane stagnante, con modeste variazioni, in positivo o in negativo, ma insufficienti a far intendere riprese o recessioni (di pari passo l’occupazione), mentre l’inflazione tende ad aumentare, talvolta anche a ritmi sostenuti.

    Stagflazione USA negli anni '70
    Stagflazione USA negli anni ’70

    Ci sono stati diversi casi di stagflazione, sia in Europa, in Italia, ma anche negli USA, tra gli anni ’60 a ’80, casi non previsti, che solo con il senno di poi siamo riusciti ad analizzare trovando le concause scatenanti. Queste sono state principalmente:

    • l’avvenimento dell’automazione industriale, che ha da una parte preservato o migliorato la produttività, aumentando però la disoccupazione
    • la rigidità nei salari, dove ad un aumento inflazionistico non corrisponde un adeguamento salariale, riducendo il potere di acquisto del lavoratore/consumatore
    • le crisi del petrolio, chiamate spesso crisi energetiche, dovute a riduzioni repentine negli approvvigionamenti e ad impennate nei prezzi (qui ci sarebbe da scriverci un libro)
    • la presenza di monopoli e cartelli, soprattutto nelle materie prime.

    Prendete 3 o 4 degli ingredienti sopra citati, infornate e otterrete una splendida stagflazione in grado di mettere in crisi il più capace dei governi (che ossimoro raccapricciante…).

    Calcolo dell’inflazione

    Il dato relativo all’inflazione viene calcolato, normalmente, in percentuale su base mensile o annuale.
    In Italia, esso viene riportato mensilmente dall’ISTAT che lo calcola attraverso il cosiddetto paniere di mercato. Qui si raggruppano tutte le voci relative a beni e servizi che risultano rilevanti per l’economia, ne viene calcolato il costo totale per un dato mese ed ad ogni mese successivo esso viene comparato ai precedenti, al fine di controllarne la percentuale di cambiamento nel tempo.

    Di seguito una panoramica dell’andamento dell’inflazione in Italia, dal 1956 ad oggi.

    Inflazione storica Italia
    Inflazione storica Italia

    Per confronto, vorrei riportarvi anche l’andamento storico dell’inflazione negli Stati Uniti.

    Inflazione storica USA
    Inflazione storica USA

    Solo dai numeri è chiaro vedere correlazione tra le inflazioni che vanno dagli anni 1973 al 1980, nonostante si parli di USA e Italia.

    Oscillazioni eccessive in aumento o in diminuzione sono egualmente pericolose per l’economia.
    C’è infatti bisogno che i prezzi rimangano stabili o che le fluttuazioni tendino ad annullarsi tra di loro, ad esempio se un prezzo di un prodotto aumenta, quello di un altro diminuisce.

    Sia la Federal Reserve che la BCE riportano che un valore d’inflazione stabile (per i Paesi sviluppati) si aggira intorno al 2% annuo, perché garantisce una certa crescita economica senza un’eccessiva svalutazione della moneta.

    Inflazione ed investimenti

    Alla luce di tutto quello che vi ho raccontato, va da sé che tenere i propri risparmi sotto il materasso o fermi sul conto corrente (in un periodo normale, quello che stiamo vivendo  ora è l’apocalisse… avete visto il VIX?) può voler dire svalutare i propri risparmi e, di fatto, perdere soldi.

    Se da una parte la fase di Risparmio è importantissima, è altrettanto importante capire e imparare ad Investire, almeno per difendersi dall’inflazione.

    E’ chiaro adesso che se il vostro conto deposito vi rende lo 0,5% ma l’inflazione è il 2%, state perdendo circa l’1,5% all’anno?
    E’ vero, state perdendo meno di chi non investe, ma se perdete l’1,5% all’anno dopo 20 anni avete perso circa il 26% del vostro potere di acquisto iniziale…

    Con questo chiudo, se trovate delle inesattezze nei miei post, vi prego di scrivermi, ce la metto tutta per cercare di essere preciso e puntuale, ma non vi nego che questi post sono delle piccole tesine… mi danno una soddisfazione immensa, ma qualcosa potrebbe sfuggirmi.

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    Un abbraccio,
    Emanuele

     

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    Chi capisce l’Interesse Composto, lo guadagna; chi non lo capisce, lo paga!

    Il titolo prende spunto da una Urban Legend (mai realmente comprovata) riguardante la famosissima citazione di Albert Einsten, uno dei fisici più famosi al mondo, uno dei miei idoli che tuttora mi fa sognare quando ho voglia di divagare tra relatività e spazio-tempo… ma torniamo a noi!

    La frase viene estrapolata in modi differenti, ma la versione in inglese più utilizzata è:
    “Compound interest is the 8th wonder of the world.
    He who understands it, earns it; he who doesn’t, pays it.”
    Letteralmente:
    “L’interesse composto è l’ottava meraviglia del mondo.
    Chi lo capisce, lo guadagna; chi non lo capisce, lo paga!”

    L'interesse composto di Einstein
    L’interesse composto di Einstein

    Adesso, indipendentemente dal nostro Albert, come si fa a non essere d’accordo?

    Ma facciamo un passo alla volta, sono in tantissimi a riempirsi la bocca con l’Interesse Composto, ma sappiamo veramente tutti che cos’è, che valore ha e come si calcola?
    Più in basso vi spiegherò come calcolarlo in Excel e vi linkerò un Tool che ho creato da scaricare.

    Qualche volta questo viene confuso con l’Interesse Semplice.

    L’Interesse Semplice calcola i rendimenti con un Capitale Iniziale che NON varia nel tempo.
    Se investo 10.000€ al 5% di Interesse (semplice) per 20 anni, il mio rendimento sarà di 500€ tutti gli anni.

    L’Interesse Composto invece considera che il rendimento annuo dell’investimento venga ricapitalizzato e reinvestito, aumentando così di fatto il capitale, anno dopo anno, e conseguentemente la quota degli interessi dell’anno successivo.

    Prendiamo i 10.000€ al 5% di Interesse (composto, reinvestendo) per 20 anni, il mio rendimento sarà di 500€ il primo anno, 525€ il secondo anno, 551,25€ il terzo annoe così via!
    Può sembrare poco, ma la crescita è esponenziale e sul lungo periodo questo FA la differenza.

    Dopo i 20 anni di interesse semplice, avremo 10.000€ di capitale e 10.000€ di interessi, per 20.000€ totali.
    Dopo i 20 anni di interesse composto, avremo sempre 10.000€ di capitale iniziale e 16.533€ di interessi, per 26.533€ totali.
    A conti fatti, ho guadagnato il 65% in più (6.533/10.000 %)!

    Bene, questo concetto è particolarmente utile nei nostri investimenti in P2P Lending, dove molti interessi vengono riconosciuti mensilmente o su base irregolare.
    Questo perché l’Interesse Composto (in inglese Compound Interest, da cui l’effetto Compounding) ha effetto anche durante l’anno, di mese in mese, man mano che ci vengono ripagati interessi e man mano che i nostri Autoinvest li reinvestono.

    Andiamo ora al lato pratico, ossia come si calcola.

    Tralasciamo complicatissime formule matematiche e affidiamoci ad Excel.

    Metodo 1 -> Fatelo voi!

    Se volete calcolarvelo da soli, la cosa più semplice è mettere tutto in tabella:
    Ogni riga una rata (che può essere mensile, annuale, etc.) e su ogni riga andate a riportare capitale e interessi maturati in quella rata.
    Attenzione che l’interesse lo dovete calcolare PER RATA, se avete un interesse del 6% annuo, ma interessi mensili, questi li dovrete calcolare come 0,5% mensile (ossia 6%/12).
    Sulla riga successiva andrete a calcolare gli interessi NON più sul capitale, ma SUL MONTANTE, che sarà la somma tra il capitale e gli interessi maturati fino a quel momento.
    E così via, fino alla fine del periodo che vi interessa.
    Dopodiché vi basterà sommare la colonna degli interessi e andare a vedere il montante dell’ultimo anno.

    Se avete bisogno, scrivetemi, che cerchiamo di farlo assieme.

    Metodo 2 -> la scorciatoia con la funzione VAL.FUT

    Excel è un ottimo strumento (e come Excel anche Calc di Openoffice o i Fogli di Google) e ha una miriade di funzioni utili, che fanno i calcoli al posto vostro.
    Una di queste funzioni è VAL.FUT() (se avete Excel in Inglese, la funzione è FV(), che sta per Future Value) e serve per calcolare in automatico il Valore Futuro di un Investimento ad un tasso di interesse costante.

    La funzione VAL.FUT() si articola così:

    VAL.FUT ( TASSO ; PERIODI ; PAGAMENTO ; VALORE ATTUALE ; TIPO PAGAMENTO )

    Sembra complicato, ma non lo è… in breve:
    TASSO -> è il tasso di interesse per periodo.
    ATTENZIONE, per periodo vuol dire che è il tasso applicato ratealmente, come dicevamo prima, se il tasso è del 6% all’anno, ma vengono pagati interessi mensili, allora bisogna prendere il tasso MENSILE, che è 6%/12 = 0,5%
    PERIODI -> ossia quanti pagamenti sono previsti.
    ATTENZIONE, se sono pagamenti annuali, questo coincide con il numero di anni, se sono pagamenti mensili, bisognerà moltiplicare i mesi per gli anni.
    PAGAMENTO -> questo valore può prevedere un versamento o un prelievo costante per RATA… può essere utile per valutare un PAC, ad esempio (mettere numero negativo)
    VALORE ATTUALE -> è il valore iniziale dell’investimento (mettere numero negativo)
    TIPO PAGAMENTO -> mettere 0 se per pagamenti fatti a fine periodo (che è lo standard), altrimenti mettere 1 per pagamenti a inizio periodo.

    Se volete cimentarvi, provate la funzione su un vostro Excel… se invece siete pigri, potete scaricare questo semplice TOOL che ho creato per voi che vi farà i calcoli e le differenze tra Interessi semplici e composti.

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    La funzione VAL.FUT è estremamente versatile e utile, ma ha un difetto.
    L’unico vincolo è che considera TASSI COSTANTI, per PAGAMENTI con frequenza COSTANTE.

    Nel caso invece del calcolo con la tabella, questi vincoli non li abbiamo e possiamo andare a personalizzare praticamente ogni campo.

    Se avete dubbi, scrivetemi o commentate.
    Sharing is caring.
    Emanuele

  • CFD,  educazione finanziaria,  Investimenti,  Piattaforme,  scam

    Perché NON investo su eToro e CFD

    Ciao risparmiatori,

    in molti mi hanno chiesto pareri su piattaforme e broker di Social Trading di CFD, come eToro.
    Ma partiamo per gradi.

    Cosa sono i CFD?

    La sigla CFD è naturalmente un acronimo, dall’inglese Contracts For Difference, oppure in italiano Contratti Per Differenza.

    I CFD sono strumenti finanziari derivati che replicano l’andamento di un determinato sottostante, che potrebbe essere letteralmente qualunque cosa… può essere un titolo di una qualunque borsa mondiale, una materia prima, una valuta o criptovaluta, un ETF, etc…

    Il Contratto per Differenza in sostanza è un accordo tra il cliente e il broker, dove il broker stesso si impegna a versare o trattenere al cliente la differenza tra la posizione di apertura e chiusura del determinato sottostante.

    La sensazione è quella di comprare e vendere titoli o azioni reali, in tempo reale, ma in realtà si stanno comprando accordi con il broker e quando si vende non c’è realmente qualcuno dietro che sta comprando la tua posizione, bensì è il broker che sta chiudendo il CFD.
    Se volete approfondire la pagina Wikipedia è piuttosto ricca e ben fatta:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Contratto_per_differenza
    Dietro ad un CFD non c’è niente di concreto in contrappeso all’investimento fatto.

    Ci tengo a precisarlo, perché purtroppo in molti pensano di investire in Tesla, acquistando un CFD di Tesla, ma in realtà hanno acquistato un derivato, un contratto che fa finta di essere Tesla, replicandone l’andamento.
    Se compri un CFD di Tesla, Elon Musk non ti ringrazierà!

    Alcuni poi mi chiedono se eToro sia una truffa o uno scam.

    Difficult trading

    Io onestamente non penso che sia uno scam.
    Anzi, penso che il loro modello di business gli permetta un’ottima liquidità e dei buoni guadagni.

    In molti si fanno convincere dallo specchietto “Social Trading” piuttosto che dalla funzione “Copy Trader”, che permetterebbe a chiunque la possibilità di creare un portafoglio copiando dei trader di successo.
    E devo ammettere che questa funzione emotivamente fa presa, parlando alle pance dell’investitore inesperto e curioso… copio il Warren Buffet di turno e automaticamente diventerò ricco!

    Poi quasi nessuno si accorge che ogni singolo prelievo costa 25$, anche il prelievo minimo di 50$… e se il tuo conto non è in dollari, ti becchi pure le commissioni per il cambio.
    Partendo dal presupposto che in molti provano il conto eToro con 100 o 200€, capite subito che 25$ di prelievo sono una % altissima, sono una follia, messa apposta per disincentivare qualunque uscita di denaro, così l’investitore medio non preleva e piano piano invece di perdere 25$, li perde tutti.

    Ma voglio ribadire che queste piattaforme secondo me non sono scam, cribbio eToro è stata fondata nel 2007, è una multinazionale che ha oltre 500 dipendenti e nel 2018 aveva un valore di circa 800 milioni di dollari!!
    Uno scam è una truffa o un Ponzi dove poi scappano con il tuo denaro (vedi Kuetzal!).
    Qua mica scappano… spread, commissioni, prelievi, leve, è tutto matematicamente e statisticamente impostato per far guadagnare il broker.
    E ribadisco che i CFD sono strumenti ad alto rischio, dove è piuttosto facile perdere anche il capitale.

    Questo perché i CFD sono strumenti che possono lavorare in leva.
    Non è raro trovare leve finanziarie 1:20/1:30… e talvolta si trovano strumenti con leve 1:100 o 1:200, con la massima flessibilità di poter lavorare sia in long che in short.

    Ma cosa vuol dire strumento in leva?

    Fare trading in leva finanziaria vuol dire che i tuoi soldi hanno un potere di acquisto equivalente moltiplicato per la leva dello strumento.
    In termini pratici, se hai 1.000€ sul Conto Trading, puoi prendere posizione fino a 30.000€ di uno strumento 1:30, 50.000€ per uno strumento 1:50 e così via.

    Il marketing poi veste la leva finanziaria come un’opportunità imperdibile di moltiplicare i tuoi guadagni.

    Esempio:
    investi 100€ su un’azione con leva 1:20.
    Questo vuol dire che hai comprato l’equivalente di 2.000€ di quella azione.
    Se l’azione guadagnerà il 5%, il valore di quei 2.000€ diventeranno 2.100€.
    Se deciderai di vendere (spread e pip a parte) il CFD ti avrà reso la differenza tra i 2.000€ di acquisto e i 2.100€ di vendita, ossia 100€.
    Quindi hai ripreso il tuo capitale di 100€ + 100€ di “interessi” = 200€!
    Ossia hai guadagnato il 5% in leva 1:20, che vuol dire 5×20= 100%… beccando un +5% hai raddoppiato!

    MERAVIGLIA GIOIA E TRIPUDIO!

    Il problema è che questo funziona anche in perdita.
    Se hai acquistato i tuoi 2.000€ (coi 100€ in leva 1:20) e questi perdono il 5%, li venderai a 1.900€ e il broker tratterrà dal tuo conto 100€.
    Il rendimento in questo caso sarà 100€ – 100€ = 0€.
    Hai perso il 5% in leva 1:20, che vuol dire il 100%, tutto il capitale iniziale.
    …questo non suona così bene come sopra…

    Considera inoltre che nel contratto con il broker, il broker ha la facoltà di chiudere la tua posizione, se questa ti causa una perdita superiore alle disponibilità del conto.
    …e tutto questo, al netto dei costi del broker, quindi… il banco vince sempre.

    Ma vi faccio io una domanda adesso.

    Il web è inondato di pubblicità dove un investitore inesperto copia un investitore esperto e entrambi guadagnano facilmente… è veramente possibile che sia così facile?
    Ma se fosse così facile dovrebbero guadagnarci in molti, per lo meno la maggioranza
    E se siete così bravi e fortunati da continuare a chiudere posizioni in attivo, da dove vengono i soldi che state “guadagnando”?

    Il broker non ci sta perdendo, per lo meno non nel complesso.

    Sarò noioso, ma il CFD non ha una reale azione o titolo in contrappeso all’investimento.
    Il CFD è un accordo, una stretta di mano, una scommessa!
    L’investitore sta scommettendo con il broker che riuscirà a chiudere in attivo con quello spread e quella leva.
    Ma stiamo giocando a casa del broker… le regole sono matematiche e le ha fatte lui…

    E siccome il broker non fa beneficienza, da dove prenderà il suo guadagno?
    Gli spread e le commissioni dovrebbero coprire i guadagni degli investitori e i costi del broker… sarebbe possibile con gli investitori in attivo?

    La risposta è semplice ed è NO, le piattaforme di CFD possono stare in piedi se e solo se gli investitori che perdono denaro sono maggiori di quelli che guadagnano denaro… parliamo di una azienda, con costi di marketing (ed eToro li ha alti, fa una pubblicità pesante e pressante ovunque!), costi di hosting, personale da pagare, tasse… tutti i costi sono coperti dalle perdite che vengono munte agli utenti.

    Ma chiudiamo in bellezza: le piattaforme di trading in CFD devono inserire in homepage un disclaimer sul rischio, con la percentuale approssimativa di quanti utenti stanno perdendo soldi (come le sigarette che causano il cancro…).

    Andando a citare l’homepage di eToro si legge che il 75% degli utenti sta perdendo soldi… e onestamente ho qualche dubbio sul come questo venga calcolato.

    Disclaimer eToro
    Disclaimer eToro

    Detto questo, ti auguro di riuscire a rimanere nel 25% che riesce nell’impresa.

    Emanuele

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    Cosa sono gli Stage Loans e cos’è il Loan To Value

    Ciao risparmiatori,

    oggi vorrei approfittare di un post molto semplice e chiaro che è uscito sul blog di una delle piattaforme che utilizzo, ossia Estateguru.
    Il post originale è in lingua inglese, ma visto che la domanda è frequente vorrei cercare di semplificare ulteriormente il concetto in italiano.

    Ma iniziamo con capire che cos’è il Loan To Value, LTV.

    Il Loan To Value, tradotto brutalmente in italiano significherebbe Prestito Al Valore (bleah!), rappresenta il rapporto tra il finanziamento concesso (ossia il prestito stesso) e il valore dell’immobile messo a garanzia, normalmente sotto ipoteca.

    Sapete, le banche normalmente (salvo qualche eccezione) non rilasciano mutui ai comuni mortali che siano superiori all’80% del valore dell’immobile.
    Se l’immobile che volete tanto acquistare vale 200.000€, la banca non ve ne presterà oltre 160.000€. E così via…

    Ma vi siete mai chiesti cosa sia quell’80%? Ha un nome?
    Ebbene si, è proprio il nostro LTV. Il valore del prestito messo in rapporto con il valore dell’immobile… immobile che poi sarà messo a garanzia con l’ipoteca.

    Da questo se ne deduce che, più alto sarà il LTV, maggiore sarà il rischio sul prestito emesso (e nel nostro caso sull’investimento fatto!).

    Nel mondo finanziario, si tendono a mettere delle asticelle piuttosto nette:

    • un LTV inferiore al 60% equivale ad un rischio inferiore
    • LTV tra 60 e 80% equivale ad un rischio maggiore, ma normalmente viene accettato, se la valutazione sul contraente e sull’immobile è positiva. Talvolta l’istituto finanziario può richiedere polizze assicurative aggiuntive, che normalmente incidono sui costi sostenuti o aumentano di fatto l’ammontare richiesto a prestito.
    • un LTV superiore all’80% normalmente non viene accettato, salvo situazioni particolari, dove il contraente ha uno storico molto positivo e liquido o ci siano delle valutazioni aggiuntive che esulano dalle valutazioni sopra.

    A mio parere, quando investo in Lending, la mia asticella è ulteriormente abbassata di un 10% rispetto agli scaglioni sopra. Io ritengo:

    • con rischio inferiore quei progetti/immobili, con LTV inferiore a 50%… ma sono talmente pochi, che si fa fatica a investire regolarmente
    • rischio accettabile con LTV fino al 60%, anche se preferisco non investire a scatola chiusa e valutare il progetto… ma degli Autoinvest li ho impostati anch’io…
    • LTV tra 60% e 70% non li scarto a priori, ma li valuto attentamente e manualmente; sono esclusi dai miei Autoinvest
    • LTV superiori al 70% tendenzialmente non li prendo in considerazione, salvo rarissime eccezioni.

    Naturalmente la valutazione non può essere fatta solo dall’LTV, una valutazione più completa prevedrebbe di analizzare il contraente, la zona, il mercato, ma soprattutto le garanzie.
    Un altra cosa importante è sicuramente l’ipoteca, che in inglese troviamo normalmente come Mortgage.

    Come Ipoteche esistono di Primo o di Secondo Grado, in inglese le trovate come First Rank Mortgage e Second Rank Mortgage.
    Tendenzialmente io valuto positivamente una First Rank Mortgage, mentre la Second Rank Mortgage mi piace meno, questa è un’ipoteca subordinata ad un’altra di primo grado già emessa.
    Questo vuol dire che in caso di Default del prestito, l’ipoteca andrà a garanzia PRIMA per i creditori in First Rank, di primo grado, solo successivamente andrà (per quello che rimane) a garanzia dei creditori in Second Rank. Questa parentesi sulle Ipoteche non era prevista dal post… ma la penna scrive… e lasciamola scrivere…

    Adesso abbiamo capito Ipoteche e LTV. Ma il titolo citava anche gli Stage Loans.

    Cosa sono gli Stage Loans?

    Molti progetti di costruzione o sviluppo, vengono approcciati tramite finanziamenti multipli, in determinate fasi predefinite.
    Per spiegarvi in modo semplice e intuitivo, mi appoggerò ad una grafica di Estateguru, veramente ben fatta.

    Spiegazione Stage Loans da Estateguru
    Spiegazione Stage Loans da Estateguru

    Il mutuatario riceve in Fase 1 (Stage 1) 50.000€ per sviluppare le fondamenta dell’abitazione.
    Una volta conclusa la Fase 1, potrà accedere alla Fase 2, per altri 50.000€ per sviluppare base e piano terra.
    Conclusa la Fase 2 si passa alla 3, con altri 75.000€ per completare la struttura dell’abitazione.
    Ed infine, con la Fase 4, si chiedono gli ultimi 75.000€ per tutte le finiture e rendere abitabile, affittabile o vendibile l’abitazione.

    In questo modo chi ha chiesto il prestito potrebbe evitare di pagare interessi in anticipo per somme che non sta utilizzando.
    Oppure potrebbe decidere di vendere l’immobile ad uno Stage intermedio se si presenta l’occasione.

    Benissimo, adesso abbiamo capito anche gli Stage Loans.

    Complichiamo le cose e uniamo gli Stage Loans con il LTV.

    Il Loan To Value su unico Stage è semplice ed è quello che abbiamo spiegato prima. Prestito/Mutuo 60.000€ per un immobile ipotecato di 100.000€ = LTV 60%.
    Ma torniamo alla figura di prima, con i 4 Stage Loans: abbiamo LTV e anche Projected LTV. Qual’è la differenza?

    L’LTV riguarda il prestito ottenuto fino a quel momento, sul valore dell’immobile a fine Stage.
    Mentre il Projected LTV sarà l’LTV finale che si otterrà alla fine dell’ultimo Stage e normalmente è il valore più interessante da tenere in considerazione.

    Partendo proprio dall’esempio in figura, vi ho creato questa tabella:

    Tabella LTV su Stage Loans
    Tabella LTV su Stage Loans

    Quando investiamo in progetti a più Stages, conviene sempre valutare il Projected LTV, altrimenti potremmo fare valutazioni errate.
    Potrei investire in un progetto con LTV 40% allo Stage 1, valutandolo come “sicuro“, senza accorgermi che il Projected LTV è magari 80% o oltre.

    Da tenere a mente che un progetto che andrà in default ad uno Stage intermedio o finale, probabilmente metterà a rischio anche tutti i Loan degli Stages precedenti, che facilmente non saranno ancora arrivati a maturazione e a ripagare il capitale.

    Prima di lasciarvi, ringrazio Estateguru per il bellissimo spunto e vi linko qua l’articolo originale in lingua inglese:

    Understanding stage loans and cumulative loan to value (LTV) ratios

    Non sono sicuro di riuscire a postare un nuovo contenuto prima di Natale… io ce la metto tutta ma le giornate di 24 ore mi sono un po’ strette…
    In ogni caso… auguro a tutti voi le feste migliori che possiate passare.

    Mangiate, bevete e investite con prudenza 🙂

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    Emanuele